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Metodi di rivegetazione in ambiente alpino

Le recenti convenzioni internazionali e disposizioni di legge europee e nazionali sulla protezione della biodiversità impongono a coloro che sono coinvolti nella gestione delle aree protette il compito di cercare metodi efficaci per la realizzazione concreta di tale obiettivo. La biodiversità, cioè il contenuto di specie animali e vegetali caratteristico di un particolare territorio, viene protetta in due modi, da un lato mantenendo quella esistente attraverso una politica ambientale adeguata e, dall'altro, propagandola sulle superfici che per vari motivi ne siano state private. Queste due forme diverse di protezione sono, in realtà, tra loro connesse. Le aree da cui reperire la biodiversità da propagare negli ecosistemi da ripristinare non possono che essere le superfici vicine in cui la stessa biodiversità è stata conservata. Nell'ultimo mezzo secolo le attività antropiche hanno profondamente segnato il territorio con impatti di tipo nuovo che, rispetto a quelli tradizionali, si differenziano soprattutto per due aspetti. Da un lato, essi sono più intensi e interessano superfici molto più ampie. Ciò vale per tutti i settori di intervento umano e deriva dai progressi della meccanizzazione che consente oggi di operare convenientemente su aree sempre più vaste. Nel Parco Paneveggio - Pale di San Martino, come in molte altre aree alpine ad intenso sviluppo turistico, le superfici su cui ciò avviene sono molto incrementate dalla grande estensione delle piste da sci. Una volta che l'impatto è stato creato, non intervenire sarebbe, in molti casi, il solo modo per evitare impatti ulteriori. Nei climi temperati come quello di gran parte della montagna alpina, il mondo biologico è, quasi sempre, in grado di rimarginare autonomamente le ferite subite. Ciò avviene attraverso la ricolonizzazione spontanea di piante e animali che ricostituisce ecosistemi in equilibrio con l'ambiente.

In ogni caso, affinché la rinaturalizzazione spontanea possa avvenire, è necessaria la vicinanza di vegetazioni naturali intatte, in grado di funzionare come fonte di seme, mentre negli ambienti antropizzati, privi di tali vegetazioni, sono soprattutto specie e vegetazioni ruderali, spesso avventizie, ad invadere le superfici denudate. Nelle aree montane, la mancata rivegetazione comporta quasi sempre grossi problemi di erosione che asporta suolo utile e crea danni alle infrastrutture, comprese quelle per cui l'intervento è stato realizzato. Inoltre, spesso i denudamenti interessano superfici così estese che la ricolonizzazione spontanea avviene con molta difficoltà. Per questo, in tali aree, diviene spesso necessario che l'uomo intervenga direttamente per favorire la rivegetazione, impiegando metodi di ripristino ambientale che quasi sempre risolvono il problema dell'erosione ma che spesso introducono anche nuovi elementi di innaturalità. Proprio le preoccupazioni relative alla biodiversità vegetale, unite alle esigenze di difesa del territorio contro l'erosione, hanno portato alla nascita di uno specifico per la messa a punto di metodi di ripristino della vegetazione caratterizzati da minimo impatto ambientale, e perseguiva due obiettivi. Il primo era la sperimentazione di modalità di reperimento e di impiego di seme di specie erbacee native. Il secondo era la “rivisitazione” delle più importanti tecniche di rivegetazione con lo scopo di individuare e descrivere gli accorgimenti utili a ridurre l'impatto ambientale che esse possono determinare.

Nel 2002 quindi, veniva avviata una ricerca con l'obiettivo principale di sperimentare metodi ecocompatibili per ridurre gli impatti sulla vegetazione derivanti dalla realizzazione di infrastrutture di tipo turistico.

In particolare, nell'area del parco sono molto estese le superfici interessate dall'attività sciistica che sotto l'aspetto ambientale pongono due problemi importanti: quello del ripristino di coperture vegetali efficaci contro l'erosione e quello della ricostituzione di fitocenosi naturali. Le tecniche tradizionali di rivegetazione, attualmente impiegate anche nell'ambito del parco, sono basate sull'uso di seme commerciale di varietà o specie alloctone per lo più costituite con scopi diversi da quello antierosivo e spesso non idonee alle stazioni di impiego. Tuttavia, l'uso di materiale vegetale alloctono comporta rischi di inquinamento e di riduzione della biodiversità vegetale, tanto da essere vietato dalla Legge Quadro sulle Aree Protette. Inoltre, le tecniche tradizionali non sempre si sono mostrate in grado di conseguire una stabilizzazione persistente del suolo soprattutto nei climi difficili della aree poste sopra il limite del bosco.

Il Parco decise pertanto di sperimentare metodi di rivegetazione che potessero risolvere tali problemi e, in particolare, di verificare la possibilità del reperimento e dell'impiego nella rivegetazione di seme di ecotipi nativi di specie erbacee. Riguardo al reperimento del seme si decise di fare riferimento ad una delle due strade principali disponibili, e cioè la valorizzazione diretta delle produzioni sementiere dei prati e dei pascoli semi-naturali anziché la produzione di seme in coltivazioni specializzate. Questa scelta era giustificata da due motivi. Il primo è che il territorio del parco è ancora ricco di praterie semi-naturali di pregio che spesso sono utilizzate con il contributo pubblico solo a fini paesaggistici, tanto che il materiale vegetale ottenuto non trova alcun particolare impiego. Esso potrebbe, invece, essere valorizzato per il suo contenuto di seme di specie native. Il secondo motivo è che l'altra via transitabile, la produzione specializzata da seme di ecotipi nativi, è stata recentemente oggetto di sperimentazione e di divulgazione anche in ambiente alpino. Queste considerazioni indussero a immaginare il percorso sperimentale realizzato nell'ambito del progetto “Rinaturalizzazione e reinserimento ambientale delle aree denudate del parco Paneveggio - Pale di S. Martino con particolare riferimento agli impianti sciistici”, realizzato dal Dipartimento di Agronomia ambientale e Produzioni vegetali dell'Università di Padova negli anni che vanno dal 2003 al 2005. I risultati della ricerca sono confluiti in una pubblicazione della collana Quaderni del Parco (potete richiederlo gratuitamente a o presso i Centri Visita del Parco) con la speranza che le tecniche di rinaturalizzazione e restauro ecologico possano essere di interesse non solo per le future attività del Parco ma anche per coloro che in ambiente alpino si occupano delle tematiche di conservazione del territorio.

Al riguardo, si vuole, tuttavia, osservare che quanto qui presentato costituisce una parte, certamente importante, di ciò che è stato realizzato, ma non il tutto. Un altro risultato importante ottenuto consiste nell'accresciuta sensibilità sul tema della protezione della biodiversità vegetale cui si è giunti attraverso la costante presenza sul territorio delle persone coinvolte nella realizzazione e attraverso i numerosi colloqui informali o istituzionali da loro compiuti con i gestori dei prati e delle piste da sci e con i tecnici.