fonte: http://parcopan.org/article/articleprint/36/-1/19/

Autore: webmaster - Data: 03.07.2002


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Il Vanoi e la Val Canali

Sono due valli dal fascino particolare la cui storia politico-economica è sostanzialmente coincidente nonostante la differente dislocazione sul territorio.

La Valle del Vanoi, caratterizzata da luoghi suggestivi e ancora selvaggi, è un bacino praticamente chiuso su tutti i lati, tranne che nella parte più meridionale, dove confluisce nel Cismon.Si incunea profondamente nel punto in cui il massiccio del Lagorai raggiunge la sua massima profondità in direzione Nord-Sud,biforcandosi tra il gruppo di Cima Cece (2749 mt.)ed il massiccio di Cima d'Asta (2848 mt.).Il paesaggio è stato modificato nei secoli passati da un'impressionante serie di catastrofi naturali (alluvioni e smottamenti)dovute al carattere torrentizio dei corsi d'acqua.

L'incantevole Val Canali, situata nella parte sud-orientale del Parco,a nord è dominata da imponenti gruppi rocciosi del versante meridionale delle Pale di S.Martino, mete da sempre ambite dagli alpinisti: Cima Canali(2900 mt.),il Sasso de le Lede (2580 mt.) e la Cima d'Ostio (2405 mt.) fra la Val Pradidali e il Vallon delle Lede, oltre alla Cima dei Lastei (2846 mt.) fra il Vallon delle Lede e la Val Canali.Sono le montagne che dividono, con un triangolo roccioso, la Val Pradidali dalla Val Canali, caratterizzate in alto da ripidi gradini di origine glaciale.

Il punto di congiunzione della Val Pradidali con la Val Canali è nella località Cant del Gal, il cui nome fa riferimento alle arene di canto del gallo cedrone.Qui si trovano una vasta area di parcheggio e punti di ristoro.

Fauna

Capriolo
Nelle zone prative e nelle radure del bosco, in primavera non è difficile avvistare il capriolo (Capreolus capreolus). Un animale legato all'esistenza di prati falciati è la lepre comune (Lepus europaeus) la cui presenza, nel Parco,è circoscritta alla Val Canali e alle pendici delle Pale. A quote superiori ai 1300 metri vive, diffusamente in tutto il Parco la lepre (Lepus timidus).

Tra i carnivori ,il più diffuso è sicuramente la volpe (Vulpes vulpes),animale opportunista per eccellenza, riesce a sfruttare le più disparate risorse alimentari a seconda della disponibilità.

Cuccioli di volpe
Il tasso (Meles meles) è il mustelide che si trova più frequentemente nel territorio del Parco.Interessante è la presenza del genere Martes con le specie faina (Martes foina) e martora (Martes martes).Negli ambienti detritici e nei boschi d'alta quota dei basamenti dolomitici si può incontrare facilmente la salamandra nera o alpina ( Salamandra atra), rara fino a qualche anno fa.
Negli ambienti d'alta quota è padrone incontrastato il camoscio (Rupicapra rupicapra).Sono luoghi amati anche dall' aquila ( Aquila chrysaetos),il rapace predatore che nidifica negli anfratti rocciosi delle Pale e del Lagorai.

Lince
Il simbolo della fauna del Vanoi è certamente la lince (Lynx lynx), la cui presenza è stata ripetutamente segnalata.La specie si era estinta in queste zone alla fine dell'ottocento, a causa della caccia incondizionata e delle modificazioni dell'ambiente operate dall'uomo sul territorio.
Ai margini delle zone prative si trova l'habitat adatto al francolino di monte (Bonasa bonasia),il tetraonide forestale per eccellenza, che nidifica mimetizzandosi sul terreno.Alla vita agropastorale è legata la coturnice (Alectoris graeca), un fasianide che ha conosciuto negli ultimi decenni un forte calo, dovuto principalmente all'abbandono della montagna da parte dell'uomo, con la conseguente scomparsa della maggior parte delle sue zone di svernamento.

A quote superiori, in aree appartate della Valsorda e della Valzanca, nidificano anche il gallo cedrone e il fagiano di monte (Tetrao tetrix). I boschi e le radure del Vanoi sono anche terreno di caccia di parecchi predatori alati. Tra gli Accipitridi menzioniamo la poiana (Buteo buteo) e il falco pecchiaiolo (Pernis apivorus). Un osservatore poco attento può facilmente confonderli per la somiglianza di forme e colori; frequentano entrambi il Parco soprattutto nel periodo primaverile ed estivo.

L’astore (Accipiter gentilis) e lo sparviere (Accipiter nisus) sono due rapaci che per la loro conformazione fisica riescono a cacciare anche nel fitto del bosco.
L’unico rappresentante dei Falconidi è il gheppio (Falco tinnunculus), che si nutre di insetti e microroditori, perlustrando il territorio con la caratteristica postura denominata dello “spirito santo”, durante la quale l’uccello riesce a mantenersi in volo in modo stazionario.
Il gufo reale (Bubo bubo), assieme all’aquila reale, è l’unico superpredatore alato presente nel Parco. Nella dieta di questo grosso rapace notturno rientrano le più disparate specie animali. Di dimensioni nettamente inferiori troviamo l’allocco (Strix aluco) e il gufo comune (Asio otus). Il primo è sostanzialmente forestale; il secondo arriva qui esclusivamente per riprodursi, mentre in inverno migra verso aree con temperature più clementi.

Sono presenti anche la civetta capogrosso (Aegolius funereus), così denominata per le proporzioni testa-corpo, e la civetta nana (Glaucidium passerinum), la più piccola e meno notturna di questi rapaci, che spesso fa sentire il proprio richiamo alle prime luci del giorno. Presso i muretti a secco non è difficile trovare rettili innocui come il colubro liscio (Coronella austriaca), mentre tipicamente legata agli ambienti umidi è la natrice (Natrix natrix). Attenzione comunque anche ai rettili velenosi: la vipera comune (Vipera aspis)si trova in zone soleggiate e sotto i 1200 metri di quota, mentre ad altitudini superiori si trova il marasso (Vipera berus), spesso in livrea melanica.

Arvicola rossastra
Tutta la fascia boschiva del Vanoi e dell’intero Parco è popolata anche da microroditori.
Da una ricerca condotta all’interno del Parco sulle popolazioni di micromammiferi arboricoli e terragni è stata accertata la presenza di ben 13 specie di roditori e 6 di insettivori. Lo scoiattolo (Sciurus vulgaris) è presente in tutte le zone boscate e lo vediamo saltare da un albero all’altro con estrema agilità per sfuggire ai predatori. Il ghiro (Glis glis) in condizioni particolari può danneggiare in modo sensibile i boschi di conifere a causa della sua propensione ad alimentarsi della corteccia delle cime degli alberi nel periodo primaverile. Sono presenti pure il moscardino (Muscardinus avellanarius), il driomio (Dryomys nitedula) e il topo quercino (Elyomis quercinus). Caratteristica è la presenza in queste specie di una lunga e più o meno folta coda. A parte lo scoiattolo, hanno perlopiù abitudini notturne e nella cattiva stagione cadono in un profondo letargo per sfuggire ai rigori invernali. Possiamo ricordare anche l’arvicola delle nevi (Microtus nivalis) e l’arvicola rossastra (Clethrionomys glareolus). Tra gli insettivori: la talpa (Talpa europaea), il toporagno alpino (Sorex alpinus) e il toporagno acquaiolo di Miller (Neomys anomalus), specie ancora poco conosciuta, che, al contrario di quanto può far pensare il nome, si può trovare anche lontano dall’acqua.

Tra i Corvidi si possono osservare il corvo imperiale (Corvus corax), il gracchio alpino (Pyrrhocorax graculus), la cornacchia (Corvus corone) con entrambe le sottospecie: cornacchia nera (Corvus corone corone) e cornacchia grigia (Corvus corone cornix).


Flora

Senecio Vulgaris
Si dice che il toponimo Pradidali significhi “prati gialli” e derivi dalla ricca fioritura del papavero alpino (Papaver rhaeticum), che in piena estate fa apparire i nudi ghiaioni come dei vasti prati gialli. Per imboccare la valle, nei dintorni del Cant del Gal, ci immergiamo nella pecceta, predominante sulla destra della strada; sulla sinistra invece l’ abete bianco è prevalente e, per un bel tratto lungo il sentiero, dà luogo a un’abetina quasi pura. Nella pecceta ci sono anche rari faggi (Fagus sylvatica), la cui presenza s’individua immediatamente anche in autunno, non foss’altro che per lo strame di foglie secche di colore bruno chiaro che li circonda alla base. I faggi si fanno più frequenti lungo la fascia che costeggia il Rio Pradidali. Nel sottobosco possiamo osservare, tra molte altre specie, l’erica (Erica herbacea), la sesleria (Sesleria varia), l’acetosella (Oxalis acetosella), i mirtilli nero e rosso, il falso bosso (Polygala chamaebuxus) e numerose specie di muschi.

Val Canali
Nei pressi delle costruzioni troviamo più avanti resti di pascoli a festuca rossa (Festuca rubra) e a fienarola alpina (Poa alpina); lungo il sentiero frammenti di vegetazione nitrofila con Rumex alpinus, ortica (Urtica dioica), lampone (Rubus idaeus), pratoline (Bellis perennis). Ai margini dell’alveo del Rio Pradidali fanno capolino sparuti salici (soprattutto Salix appendiculata e S. glabra) e, in primavera, sbocciano fra i sassi i capolini dei farfaracci (Petasites albus e P. paradoxus).Al bivio per Malga Pradidali un ponticello di legno offre un buon punto di vista su un bel gruppo di faggi sul versante opposto della valle.Alzando gli occhi verso l’imponente parete est del Sass Maór si intuisce il selvaggio valloncello del boàl dei Pisoti, nel quale si snoda un impegnativo sentiero alpinistico, in un ambiente di rara suggestione.

Genzianelle
Proseguendo verso la malga continua la pecceta mista; compaiono i primi larici e i faggi si fanno sempre più rari. Sui massi che costeggiano il sentiero possiamo osservare frammenti di vegetazione rupicola con Potentilla caulescens, mentre le parti in ombra sono popolate da varie specie di felci . Poco più avanti la vegetazione non subisce grandi variazioni: è da segnalare però quella presente lungo i ruscelletti, con predominanza di Cardamine amara, Molinia coerulea, Silene pusilla, tussilaggine (Tussilago farfara) e carice gialla (gruppo di Carex flava). Sono caratteristiche anche le radure, in cui abbondano l’ormino (Horminum pyrenaicum) e la felce aquilina (Pteridium aquilinum). Poco sotto la malga troviamo gli ultimi, solitari faggi e una notevole quantità di ginepro (Juniperus communis). Lungo i letti asciutti dei torrenti, soprattutto nei versanti a nord, compaiono i primi lembi di mugheta.

Presso i ruderi di Malga Pradidali ci sono tratti di pascolo a fienarola alpina, con popolazioni a Deschampsia caespitosa. Ai bordi di quelli che un tempo erano ripidi pascoli, dove il terreno è più arido e maggiore la presenza di pietre e ghiaia grossolana, riconosciamo acino alpino (Acinus alpinus), timo montano (Thymus polytrichus) e vulneraria alpestre (Anthyllis vulneraria subsp. alpestris). Attorno alla vecchia stalla permane un consistente lembo di vegetazione nitrofila a romice alpina e ortica.

Vale la pena fermarsi nei pressi di Malga Pradidali, per osservare la successione della vegetazione arborea sul prospiciente versante ovest del Monte Cimerlo . Prendendo come punto di riferimento il sentiero che sale dai Piereni, appare evidente che nel primo tratto predomina la pecceta con abete bianco e qualche larice s’inserisce prima del ghiaione che scende dal Cimerlo. Più a nord di quest’ultimo troviamo un mosaico di mugheta (Pinus mugo) e popolazione a larice quasi puro, che lascia poi il posto alla sola mugheta. La successione è analoga sul versante opposto della valle. Continuando lungo il sentiero per il Rifugio Pradidali si nota il rododendro irsuto (Rhododendron hirsutum) e, sulle rocce, il rododendro cistino (Rhodothamnus chamaecistus). Man mano che si sale, nel “sottobosco” aumenta la presenza di Calamagrostis varia (sempre con erica e sesleria) e compare la carice verdeggiante (Carex sempervirens).


Campanule
Il limite del bosco è qui a circa 1550 metri: poi solo qualche peccio sporadico e di ridotte dimensioni è osservabile fino al limite della mugheta a circa 1800 metri. Oltre il bivio con il sentiero che conduce ai Piereni, dove la mugheta si dirada, predomina il seslerio-sempervireto, un’associazione vegetale caratterizzata dalla sesleria e dalla carice verdeggiante, la cui fioritura, in giugno, offre una spettacolare visione di forme e colori. Sulle ghiaie in consolidamento le zolle a carice rigida (Carex firma) comprendono il camedrio alpino (Dryas octopetala), Galium baldense, e altri. Sui pendii più scoscesi vediamo frammenti di Laserpitio-Festucetum alpestris, facilmente riconoscibile per i cespi di festuca alpestre dalle lunghe foglie sottili e pungenti. Sulle rocce compaiono alcuni fra i più vistosi e bei fiori montani, tra cui Potentilla nitida, le vedovelle celesti (Globularia cordifolia), la primula orecchia d’orso (Primula auricula), la bonarrota (Paederota bonarota), il rododendro cistino e molte altre. Oltre i 1900 metri di quota il seslerieto si dirada sempre più per lasciare infine il posto alla vegetazione rupicola.

Occorre risalire la Valzanca per portarsi all’alpeggio della Malga Miesnotta (nell’uso locale Vesnòta), che è il punto di arrivo del Sentiero Etnografico del Vanoi. Dopo ponte Stél, tagliato verso nord un pendio di vecchi prati colonizzato da noccioli, si attraversano zone rimboschite ad abete rosso. Più sopra, alla Malga Piani di Valzanca, abbondano le piante spinose evitate accuratamente dagli animali: per esempio la carlina (Carlina acaulis) e una varietà di cardo (Cirsium arvense).

A 1879 metri di quota sorge la malga, chiusa a nord dalle pareti porfiriche di Cima Cece e di Cima Valon, fasciate da un continuo banco detritico. I pascoli furono ricavati tagliando il lariceto ed eliminando i rododendri. Oggi la prateria alpina sfuma nei ghiaioni scuri ai piedi delle rupi; i larici stanno ormai ricolonizzando i pendii sovrastanti e sui versanti esposti a nord si trovano ampie macchie di rododendri, mentre le pendici meridionali della Cima Miesnotta - immediatamente sopra la malga - sono occupate da una graminacea che colora i pendii di verde-azzurro: Festuca varia, ben riconoscibile per i densi cespi di foglie sottili e pungenti, mentre nelle fessure delle roccette compare la rara Androsace vandellii. Nel pascolo si trovano - oltre al nardo (Nardus stricta), graminacea poco gradita al bestiame - piante come Veronica bellidioides, la cinquefoglia fior d’oro (Potentilla aurea), il timo (Thymus polytrichus), il brugo (Calluna vulgaris), la campanula barbata.

Immediatamente sotto la malga si trova un laghetto, delimitato da un piccolo cordone morenico ben conservato. È un minuscolo biotopo ai cui margini si trova una cintura costituita da sfagni e dalla carice cenerina (Carex canescens).

L'uomo

Ancora oggi nella comunità del Vanoi permane comprensibilmente un senso di separazione dalle altre terre, dovuto alle montagne molto elevate e ripide che circondano la valle. Ancora oggi il timore e le risorse della valle sono legate al torrente , alle golle, alle acque.Ciò che si è radicalmente modificato è il numero della popolazione: dai 4500 individui del ritratto resoci dal parroco, salita a 6300 all'inizio del secolo, ridotta a 3300 negli anni '50, oggi raggiunge a stento i 1650.

Le attività boschive furono, per tutti i secoli passati, ma anche nei primi decenni del nostro secolo, una delle risorse più importanti della popolazione del Vanoi, che andava a integrare l’allevamento e una agricoltura povera. È difficile per noi avere un’esatta percezione di quella realtà. A Caoria, gli ampi piazzali della segheria demaniale accolgono ordinatamente i tronchi provenienti da tutte le foreste del Parco: quelle demaniali di Valzanca e Valsorda (1600 ettari), ma anche quella di Paneveggio, sul versante opposto. C’è un che di asettico e di pulito nel lavoro di esbosco e di preparazione del legname, oggi che la montagna è costellata di strade forestali e che ardite teleferiche possono essere installate con efficienza e rapidità.

Basta però salire di poco per trovare qualche testimonianza che ci mette sulle tracce di un lavoro - il complesso di attività legate allo sfruttamento del bosco - per secoli rimasto uguale a se stesso, fatto di una rude tecnologia, di fatica e pericolo.
Le trasformazioni economiche legate all'abbandono dell'agricoltura e zootecnia tradizionali, hanno assunto dimensioni molto significative in quest'area a partire dagli anni '60.
Gli effetti si sono ovviamente manifestati nelle dinamiche demografiche e nell'abbandono di usi del suolo storicamenti consolidati.

Da un punto di vista insediativo la Valle del Vanoi è caratterizzata dalla presenza di alcuni centri abitati, che raccolgono l'assoluta maggioranza della popolazione e da una rilevante edificazione sparsa, per lo più lungo le vie di comunicazione.
Gli insediamenti si diversificano per la loro collocazione topografica in agglomerati edificati sulle prime pendici dei monti ( Ronco), su conoidi di deiezione (Caoria) e su terrazzi o ripiani orografici (Canal San Bovo, Prade e Zortea).

Val Canali è meta di interesse turistico per esursionisti o semplici amanti della natura che trovano ospitalità nei numerosi ristoranti, agritur e rifugi della zona. Abbandonate in gran parte le attività agricole legate alla zootecnia tradizionale, la popolazione locale si dedica con particolare cura al mantenimento e coltivazione di prati e prati-pascoli in cui si collocano i rustici ," masi ", utilizzati soprattutto nel periodo estivo.

L’ alpinismo iniziò ufficialmente nel gruppo delle Pale di San Martino. Il 30 maggio 1864 una comitiva di alpinisti inglesi, fra cui William D. Freshfield e Francis F. Tuckett, condotti da due guide (una svizzera e una savoiarda) realizzarono la prima traversata alpinistica del Passo Canali, fra la valle di Angheraz e la Val Canali, da Taibon a Fiera di Primiero. Era probabilmente la prima volta che un alpinista visitava quei luoghi, conosciuti comunque dai pastori e dai cacciatori valligiani. Negli stessi anni venivano salite, soprattutto da alpinisti inglesi e tedeschi , le principali cime del gruppo (1870, Cimon della Pala; 1878, Pala di San Martino; 1879, Sass Maór); poi, dagli anni Ottanta si passerà alle cime minori, ma più ardite e alla ricerca di vie sempre più difficili. È solo nell’ultimo decennio del XIX secolo che vengono salite le cime che fanno corona alla Val Canali, particolarmente selvagge e ardite.




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