fonte: http://parcopan.org/article/articleprint/35/-1/19/

Autore: webmaster - Data: 03.07.2002


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La Foresta di Abete Rosso

I verdi pendii che inquadrano la valle del Travignolo sono testimonianza di questa fase della storia geologica: sono boscosi e ricchi di una vegetazione tipica dei suoli originati dalla disgregazione di rocce magmatiche. La grande foresta di Paneveggio si estende interamente su terreni di questo tipo.

Fauna

Un maschio di picchio nero
La nostra attenzione è sovente attratta dal rumore caratteristico del picchio . Vi sono nelle foreste del Parco cinque specie di Picidi accertate; ricordiamo il raro picchio tridattilo (Picoides tridactylus), del quale si è scoperta la presenza da pochi anni, e il picchio nero (Dryocopus martius), più frequente abitatore delle peccete. Ma fra la ricca avifauna possiamo ricordare anche varie specie di Silvidi come il regolo (Regulus regulus) e la capinera (Sylvia atricapilla); di Paridi quali le cince (Parus); di Turdidi come la cesena (Turdus pilaris), la tordela (Turdus viscivorus); inoltre il merlo acquaiolo (Cinclus cinclus), assiduo frequentatore dei corsi d’acqua e il rampichino alpestre (Certhia familiaris), caratteristico per la capacità di arrampicarsi sui tronchi eseguendo una linea elicoidale.

La pernice bianca in abito estivo
Non è difficile, tra l’enorme varietà d’insetti, riconoscere i grossi nidi, fatti di ramoscelli e aghi di conifera, della formica rufa (Formica rufa), che è presente in tutte le peccete del Parco. È questa una specie ritenuta di grande importanza nei sistemi boschivi per la sua attività di “spazzino” e di predatrice d’insetti.

L’incontro con il cervo (Cervus elaphus) è immediato per chi entra nel territorio del Parco dalla Val Travignolo. Ne ammiriamo un gruppo, in un grande recinto nei prati di Paneveggio, non lontano dal Centro visitatori.

Solo da poco più di trent’anni il cervo popola di nuovo la foresta di Paneveggio; da decenni era ormai estinto nel Trentino orientale. Nel 1957 un nucleo di tre cervi (un maschio - a cui era stato dato il nome di Marco - e due femmine, provenienti dall’alta Val di Sole e dal Feltrino) fu ospitato in un primo recinto allestito presso la cantoniera di Paneveggio dall’amministrazione delle foreste demaniali. Da questo gruppo si originò un nucleo che nel 1963 contava una dozzina di capi.
Civetta nana

Da quel “rilascio” fortuito ha avuto origine la popolazione di cervi di Paneveggio e dell’alta Val Travignolo, diffusasi recentemente in buona parte del Trentino orientale: oggi si contano oltre 500 esemplari nel Parco (anche nel Vanoi e nella valle del Cismon). Dal recinto di Paneveggio, ampliato a circa 6 ettari, ogni anno vengono prelevati esemplari che servono per il ripopolamento di altre zone protette; nella foresta, invece, non sono stati più rimessi in libertà altri capi.

Non è facile vedere questi animali fuori dal recinto; si tratta infatti di una specie molto elusiva, in grado di far perdere le proprie tracce per quasi tutto l’anno. Nel periodo degli amori, però, i maschi fanno sentire la loro presenza con l’emissione di versi caratteristici - i bramiti - che riempiono il silenzio del bosco nelle fredde notti autunnali.


Flora

Bosco
L’estensione attuale della foresta di Paneveggio è di circa 2700 ettari . Lo strato arboreo è costituito in prevalenza (85%) da abete rosso (Picea abies), che occupa la fascia altimetrica compresa fra i 1500 e i 1900 metri. Più in alto, fin verso i 2200 metri, diventano più frequenti il larice (Larix decidua) e il pino cembro (Pinus cembra). Nella rinnovazione della cembreta ha un ruolo importante la nocciolaia (Nucifraga caryocatactes): nel periodo di maturazione dei pinoli, infatti, questo corvide crea vere e proprie dispense di tali semi, che utilizza poi nei periodi di magra. In alcuni casi, però, scorda l’ubicazione delle riserve, dalle quali in primavera germogliano nuove piantine.

L’ abete bianco (Abies alba) è più diffuso nel tratto di foresta di fronte a Bellamonte (quindi fuori dal Parco), anche se lo si trova fin verso Paneveggio, per esempio in Val dei Buoi. Il faggio manca completamente. Assai scarse le altre latifoglie; solo presso il lago e sulle sponde del torrente, alle quote più basse, crescono pioppi tremuli, sorbi, betulle, salici, aceri di monte e ontani.

Bosco di Paneveggio
Nel sottobosco di Paneveggio dominano i mirtilli rosso e nero (Vaccinium vitis-idaea e V. myrtillus) e si può osservare anche un esteso strato muscoso. Nei tratti più fertili e umidi (lungo i torrenti) si trovano popolazioni di farfaraccio bianco (Petasites albus), mentre nelle radure ombrose delle parti più fresche è diffuso il cavolaccio alpino (Adenostyles alliariae).
Il versante in sinistra Travignolo, esposto a nord, presenta uno strato di muschi più diffuso e una minore ricchezza floristica rispetto a quello in destra Travignolo, a sud, più ricco di specie e con meno Briofite (muschi). Questa asimmetria è dovuta anche all’affioramento di rocce carbonatiche sul versante a sud.

La pecceta, affascinante per l’ombra, la vastità, la complessità, è oggetto da molto tempo di accurati studi sull’ecologia, l’accrescimento e sul danneggiamento che gli Ungulati provocano alla rinnovazione forestale.
Tra i fiori della foresta, due specie sono particolarmente rare e preziose.
Innanzitutto Epipogium aphyllum, un’ orchidea priva di clorofilla. Si tratta di una specie eurosiberiana.

Bosco in inverno
Anche la piccola cariofillacea Stellaria longifolia è nota per Paneveggio da oltre un secolo ed è ancora presente. È questa una specie circumboreale.
Meritano di essere citate Listera cordata, piccola orchidea tipica di peccete muscose e fresche, e la graminacea Poa remota, caratteristica di formazioni ad alte erbe; quest’ultima specie ha una distribuzione eurosiberiana con limitate presenze sulle Alpi, e in Italia sembra nota solo per il Trentino-Alto Adige; nel Parco è stata rinvenuta in più località, soprattutto del Vanoi, ma anche nella foresta di Paneveggio.

Nel sottobosco sono scarsi i cespugli, ma due Caprifoliacee appaiono relativamente diffuse: il caprifoglio nero (Lonicera nigra, tipica delle peccete) e il caprifoglio turchino (Lonicera coerulea, tipica delle peccete delle quote superiori e dei cespuglieti subalpini). Le Lonicera si riconoscono facilmente quando sono in frutto per il fatto di produrre bacche (velenose!) a coppie.

Tra le specie più diffuse nel sottobosco vi sono a volte i ben noti mirtillo nero e rosso. Queste due specie indicano un suolo acido , non solo a causa dell’assenza di substrato carbonatico (siamo su porfido), ma anche per l’accumulo di humus acido derivante dalla decomposizione degli aghi e rametti dei pecci. Tra i mirtilli si osserva - a chiazze - una graminacea, spesso priva di fusti fertili: è Calamagrostis villosa, che si rinviene spesso nelle peccete di quota piuttosto elevata. Le Luzula (dette “Erba lucciola”) si riconoscono per le foglie che, pur essendo simili a quelle delle graminacee, presentano al margine dei peli allungati biancastri ben visibili a occhio nudo; anche queste sono in genere indice di suolo acido.

Di nuovo piuttosto diffuse in questo caso sono Luzula luzuloides e L. pilosa. Poche altre specie erbacee vi si rinvengono: la fragolina di bosco (Fragaria vesca), la labiata iva piramidale (Ajuga pyramidalis), le composite verga d’oro (Solidago virgaurea) e senecione biancastro (Senecio cacaliaster). È interessante la presenza di più specie della famiglia delle Pyrolaceae, per altro tipiche degli ambienti forestali e in particolar modo delle peccete: piroletta minore (Pyrola minor), piroletta soldanina (Moneses uniflora) e piroletta pendula (Orthilia secunda).

Paneveggio in inverno
Giunti al ponte sul Travignolo si possono osservare, sulle balze rocciose che lo delimitano, due alberelli: il sorbo degli uccellatori (Sorbus aucuparia) e un salice , Salix appendiculata, simile al comune salicone (Salix caprea), ma con foglie più allungate e portamento mai veramente arboreo. Questa specie si trova spesso lungo i torrenti di montagna. Sempre sulle rupi troviamo parecchie piante giovani di cembro (o cirmolo, Pinus cembra). In verità, questa conifera è quasi assente nella pecceta di Marciò, dal momento che non riesce a reggere la concorrenza del peccio.


L'uomo

Due secoli fa la foresta aveva un’estensione pari a un terzo di quella attuale, a causa dello sfruttamento intensivo per rifornire di legname i cantieri della Repubblica di Venezia. Nel corso della prima guerra mondiale , poi, il fronte l’attraversò per quasi tutta la durata del conflitto e la massa di legname abbattuta in quel periodo corrisponde a quanto, con la gestione attuale, si abbatte in trent’anni. Gravi danni furono provocati anche da un violento ciclone abbattutosi nel 1926 e dall’ alluvione del 1966 .

L’aspetto di questa foresta è dunque il risultato di un lungo intervento dell’uomo: l’attuale strumento di pianificazione di tale intervento è un periodico Piano di assestamento, basato su un attento monitoraggio della realtà forestale. Il primo Piano di assestamento risale al 1876. È compito del Servizio Parchi e Foreste Demaniali della Provincia Autonoma di Trento curare la gestione economica e la sorveglianza della foresta, le fasi della trasformazione del legno e la vendita del prodotto tramite la segheria demaniale di Caoria.




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