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Autore: webmaster - Data: 02.07.2002


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I porfidi del Lagorai e di Cima Bocche

La catena del Lagorai e il massiccio di Cima Bocche sono costituiti da porfidi quarziferi, portano il segno delle glaciazioni quaternarie, l'aspetto più evidente è la presenza dei laghetti d'alta quota, che hanno riempito le conche di erosione degli antichi ghiacciai.

Geologia

Lagorai da Paneveggio
La catena del Lagorai e il massiccio di Cima Bocche sono le ultime propaggini di una grande distesa di montagne scolpite nel banco di vulcaniti della “Piattaforma porfirica atesina”.

Le rocce che la costituiscono - e che con vocabolo poco preciso, ma diffuso chiamiamo porfidi quarziferi - sono il risultato di una serie di eruzioni che circa 270 milioni
Colbricón
di anni fa, nel periodo geologico del Permiano, da vulcani situati nella zona di Bolzano coprirono tutta la regione fino a Cima d’Asta con ondate successive di lave e nubi ardenti.

Le ceneri e i detriti incandescenti portati da queste ultime produssero le ignimbriti riolitiche, utilizzate oggi per la preparazione dei “cubetti di porfido” (una cava attiva si trova all’ingresso del Parco, presso il Lago di Forte Buso).


Fauna

Gallo Cedrone
Fra le pendici del Dossaccio e Malga Lusia una suggestiva porzione della foresta è eletta a Riserva speciale del gallo cedrone (Tetrao urogallus). Scomparso dalla maggior parte delle foreste delle Alpi, questo tetraonide vive con densità discrete in Trentino-Alto Adige, dove sembra che trovi condizioni idonee per la propria sopravvivenza.

I laghetti ospitano il tritone alpino ( Truturus alpestris ), che nel periodo degli amori assume una livrea molto appariscente, con colorazione bluastra nella parte superiore e arancione sul ventre


Flora

Pascolo in zona Bocche
Oltre i 1800 m s.l.m., fino ai 2200, lo strato arboreo è costituito in prevalenza dal larice e dal pino cembro .
Nella parte bassa del fondale del lago di Bocche si trova la Potamogeton praelongus, vere e proprie fanerogame, monocotiledoni, adattate alla vita acquatica. Rarissimo in Italia si trova anche il Potamogeton alpinus che vive in acque anche meno profonde rispetto al precedente, è presente nel Lago di Juribrutto e nei laghetti del Colbricon. Nei laghetti alpini cresce anche il Sparganium angustifolium, le cui infiorescenze sferiche sono visibili ai primi di agosto, verso fine luglio si vedono affiorare dall'acqua i fiorellini bianchi di Ranunculus lutulentus.

Anche il versante della Val Travignolo che sale verso la catena Lusia-Cima Bocche è coperto dalla pecceta, come a Marciò. Tuttavia la diversa esposizione (sud) e l’affioramento di zone calcaree fan sì che lo strato di muschio e i mirtilli siano qui meno diffusi. Compare invece l’ erica (Erica carnea), che testimonia una certa aridità del suolo. Nello strato erbaceo è piuttosto diffusa la graminacea Calamagrostis varia, che è indice della presenza di calcare nel suolo.

Rododendri
Il versante è attraversato da vallette in cui scorre l’acqua: in questi luoghi l’abete rosso è sostituito dall’ ontano bianco e il sottobosco diviene più ricco: compaiono per esempio le Composite farfaraccio bianco (Petasites albus), Cirsium heterophyllum e Senecium cacaliaster. Nei punti più umidi si trovano vere e proprie piante paludicole, come il cosiddetto cardo di palude (Cirsium palustre) e alcune specie di giunco (Juncus effusus, J. articulatus, J. triglumis, ecc.). Verso i 1800 metri di quota il bosco assume un aspetto imponente e compare qualche isolato esemplare di cembro: è il punto in cui il versante si fa meno ripido e siamo ormai prossimi ai pascoli di Malga Bocche; il terreno qui è più fertile e l’influenza dell’esposizione a solatìo è meno marcata. Continuando a salire si osserva che l’abete rosso diviene gradualmente meno frequente a favore del larice e del cembro e nel sottobosco torna a dominare il mirtillo rosso.
Il pascolo di Malga Bocche è un tipico pascolo secondario (ovvero creato artificialmente dall’uomo con il taglio del bosco) su substrato siliceo. Dominano qui i piccoli cespi di foglie filiformi, ma ruvide e tenaci di una graminacea detta nardo (Nardus stricta), da cui il termine “nardeto” con cui si indica questa formazione erbosa, tipica di un suolo acido. Il nardo possiede un breve e robusto rizoma che striscia sul terreno e produce nuove foglie, in parte piegate ad angolo retto alla base in modo tale da aderire al terreno e sopportare quindi molto bene il calpestìo dei bovini . Questi ultimi si cibano malvolentieri del nardo, le cui foglie hanno scarso valore nutritivo: così questa specie si diffonde nei pascoli fino a divenire dominante. Qui è già possibile trovare molte specie tipiche delle praterie alpine su silice, come Gentiana kochiana, Potentilla aurea, Antennaria dioica, l'arnica (Arnica montana), la cariofillata montana (Geum montanum). Negli avvallamenti e presso la malga, dove il suolo è più pingue, si trovano altre specie, come la fienarola alpina (Poa alpina), la codolina alpina (Phleum alpinum), il veratro comune (Veratrum album).

Larice - Abete
Nelle zone boscate presso la malga il bosco è meno fitto che nella pecceta in basso; il larice infatti ha una chioma leggera che permette al sole di raggiungere il terreno. Il sottobosco si può quindi arricchire di arbusti, che a tratti coprono quasi completamente il suolo. Si tratta soprattutto del rododendro ferrugineo (Rhododendron ferrugineum) e del ginepro nano (Juniperus nana), cui si accompagnano Lonicera coerulea e - raro - il ribes dei sassi (Ribes petraeum).

È questo il caratteristico paesaggio del bosco di conifere subalpino su silice: un magnifico esempio di esso lo si attraversa nel tratto fra Malga Bocche e il Lago di Bocche. Sotto il Bait de le Vedèle ne incontriamo gli esempi più significativi, con vecchi cembri dalle bizzarre ramificazioni, rari abeti rossi dal portamento tipicamente “colonnare” e larici con la corteccia dalle sfumature fulve, cui aderiscono a tratti i talli del lichene Letharia alpina, dall’inconfondibile colore giallo luminoso. Infine, qui ai mirtilli rosso e nero si aggiunge il falso mirtillo (Vaccinium gaultherioides).

Subito sopra, il sentiero lambisce un costone roccioso esposto a sud, dove compare una graminacea dai robusti cespi di foglie filiformi, ma molto tenaci, di colore verde-azzurro, facili da riconoscere perché pungenti: è Festuca varia, tipica dei versanti silicei siccitosi nei pressi del limite superiore del bosco. A questa si accompagna spesso il ginepro nano, che predilige i versanti a sud. Sulle roccette e tra le zolle erbose è facile osservare specie come Pulmonaria australis, la sassifraga alpina (Saxifraga paniculata), la sassifraga spinulosa (S. aspera), l’uva orsina (Arctostaphilos uva-ursi), ecc. Qui, a circa 2250 metri, il cembro è ancora presente, mentre il larice è sporadico: siamo in una sorta di prateria alberata , che si dirada e più in alto lascia il posto a singoli alberi. Il cembro sale fino nella conca del Lago di Bocche (fin verso i 2400 metri), dove sta colonizzando i versanti più soleggiati con esemplari relativamente giovani e di piccole dimensioni.

L'uomo

Il paesaggio che osserviamo oggi porta però il segno di eventi molto più vicini nel tempo: le grandi glaciazioni del Quaternario. Furono queste, insieme all’erosione dovuta al vento e allo scorrere delle acque superficiali, a modellare le linee delle montagne e delle valli, approfondendo solchi preesistenti, erodendo fianchi vallivi, trasportando detriti e costruendo circhi glaciali, anfiteatri e cordoni morenici.

All’ultimo ritiro dei ghiacci, circa 10.000 anni fa, poté assistere anche l’uomo, proprio dai luoghi in cui abbiamo fatto tappa in questo “viaggio geologico”. I cacciatori del Mesolitico dalla valle dell’Adige, attraverso il Lagorai, risalirono 8-9000 anni fa i fianchi della valle del Cismon e si spinsero verso il Colbricon e il Passo Rolle con i loro campi di caccia stagionali. Soprattutto ai laghetti di Colbricon , alla sella fra il Colbricon e la Cavallazza, ma anche presso Malga Fosse e al Rolle sono state trovate interessanti testimonianze.




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